Il giallo di Via Tadino

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E’ un’atmosfera piacevolmente retrò quella che emerge da questo libro. Siamo negli anni ’50, nel primo dopoguerra, in una tipica casa di ringhiera milanese della zona di Porta Venezia. Qui abitano e si muovono operai, artigiani e negozianti che, per tradizione contadina dura a morire, conducono una vita semplice, si alzano di buon’ora, si coricano presto e lavorano tanto.

In una serata come le altre in cui i condomini stanno consumando la cena, il corpo di una bella donna, sulla quarantina e madre di due figlie, precipita al suolo. L’urlo della donna scuote la tranquilla esistenza degli abitanti, tutto fa pensare ad un suicidio ma, forse, la disgrazia non è una disgrazia.

L’onere di trovare il bandolo della matassa è affidato ad Arrigoni, capo del Commissariato di Porta Venezia. Un vero Maigret in salsa milanese, sia per i metodi d’indagine sia per la passione per il cibo, che, lungi dal fermarsi alle apparenze, si mette a scandagliare, passo passo, la vita della morta e le relazioni all’interno del palazzo. Emerge così una realtà ancora segnata dalla recente guerra: miserie, speranze, una popolazione che cerca di crescere e accedere finalmente, anche a caro prezzo, a qualche sprazzo di benessere. Il microcosmo dello stabile rivela personaggi singolari e un insospettabile sistema di vizi privati e pubbliche virtù. Arrigoni guida sapientemente l’indagine arrivando a scoprire che quello strano suicidio nasconde un’amara verità e che, come sempre, le cose non sono come sembrano.

Un giallo ben riuscito in cui Dario Crapanzano riesce con grande capacità a delineare gli ambienti e i personaggi del dopoguerra milanese. Per chi è milanese d’origine poi, è quasi emozionante vedere le zone familiari di Porta Venezia, Loreto, Casoretto trasportate all’alba degli anni ’50: negozi, cinema, teatri e balere ormai spariti, e una popolazione che, con l’arrivo della lingua inglese (chi sa cos’è un sanguis?), muove i primi passi verso nuovi e più ampi orizzonti.

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