e-book: l’Europa non è pronta

Lingue e culture diverse: ecco perché nel Vecchio Continente il libro digitale ha ancora poco mercato

Il futuro dell’editoria on line e degli e-book. A parlare del “mercato” che sta rivoluzionando in maniera irreversibile il mondo dell’editoria globale sono stati ieri a Milano esperti ed editori provenienti da tutte le nazionalità. “If book then”, questo il titolo del workshop. L’appuntamento, ideato e realizzato da Bookrepublic e “4IT Group”, ha offerto una visione strategica sui temi che orbitano intorno al settore dell’on-line. Istanze, queste ultime, selezionate perché “fondamentali” per affrontare il 2011 e gli anni successivi.

Svezia, Germania, Olanda, Spagna, Regno Unito, Slovenia, Canada: sono solo alcuni dei Paesi intervenuti per raccontare la loro “esperienza”. Ad aprire i lavori è stata la presentazione della ricerca “Readers aren’t users” condotta sui lettori italiani ed europei, organizzata dalla società americana Adaptive Path e presentata dal Direttore dello studio di Amsterdam, Henning Fischer. La ricerca analizza, all’interno del dibattito sui modelli di business, il punto di vista del lettore dell’e-book. è stato Peter Brantley, Direttore del Bookserver project di Internet Archive, la società che studia come archiviare i contenuti online e co-fondatore della Open Book Alliance, a raccontare per quali ragioni gli editori, le biblioteche e la società debbano riprogettare la conservazione dei contenuti in formato digitale.
«Salvare il patrimonio letterario attraverso il prestito di e-book nelle biblioteche»: è questa una delle proposte di Brantley -, tra i guru mondiali dell’editoria digitale, Direttore del Book Server Project di Internet Archive e cofondatore della Open Book Alliance). «Tecnicamente è molto facile digitalizzare i libri di carta – spiega – il problema sono i numeri». Il primo passo da compiere, secondo il numero uno del Book server project, è estendere la conversione elettronica ai numerosi volumi del Novecento che spesso finiscono fuori catalogo – quindi introvabili – ma che non sono ancora di pubblico dominio. La strada – continua – sono le biblioteche: luoghi dove si possono digitalizzare i libri e poi prestarne la copia elettronica».

L’esperienza americana è stata in seguito illustrata da Mike Shatzkin, fondatore e amministratore delegato di The ideal logical company, società che studia il mercato editoriale online in America. Immediata la precisazione del guru: il mercato italiano è indietro di almeno tre anni rispetto a quello americano, ha dimensioni ancora molto piccole e caratteristiche diverse. «Visto che gli americani possono contare su una sola lingua, una sola moneta, regole commerciali comuni, è stato facile investire su un nuovo business come quello degli e-book. Molto più complicato, invece, farlo in Europa, luogo di numerose lingue e culture diverse». Quale allora il destino dell’Italia digitale? «Come anche in altri mercati non anglofoni – ha spiegato Shatzin – gli editori locali sentiranno la pressione dell’inglese perché in questa lingua ci sono molti più titoli disponibili. Credo che quando gli e-book si diffonderanno, questo cambierà le cose in Europa e contribuirà a trasformare l’inglese in una lingua franca». Pareri tecnici e non solo. Il meeting milanese è infatti un’importante occasione per riflettere su numeri e dati relativi alla nuova editoria. Sì, perché se il digitale proietta l’attività editoriale e di vendita degli e-book in una dimensione internazionale, è anche vero che il percorso nostrano è già da ora, nonostante il boom di questa fetta di mercato, tutto in salita. La sfida, insomma, è una di quelle da prendere con le pinze. Perché se preservare il sapere significa renderlo accessibile, questa futuristica sfida non può passare attraverso la cancellazione di una tradizione fortunatamente ben lontana da quella di stampo americano.

Valentina Noseda

 

Fonte: Linea anno XIV numero 26

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