Sud a perdere


MASSIMO LO CICERO
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SUD A PERDERE?

RIMORSI, RIMPIANTI E PREMONIZIONI

Il Mezzogiorno, e tutta l’Italia, sembrano sempre uguali a se stessi, fermi nel tempo mentre nel mondo accelerano i tempi del cambiamento. Ma, negli ultimi due decenni i cambiamenti intervenuti nel Sud hanno certamente peggiorato e non migliorato la situazione.

La causa di questo degrado progressivo nasce da troppo Stato e dal funzionamento assai mediocre, e reciprocamente conflittuale, delle sue molte articolazioni: Regioni, Province, Comuni, burocrazie centrale ed enti vari e diversi che si espandono sottraendo terreno e vessando l’iniziativa privata.

Grandi imprese e banche sono state sottratte al controllo delle classi dirigenti locali e rimangono sostanzialmente lontane da ogni forma di integrazione con le energie attive nel mercato locale. Il senso diffuso di illegalità, e la espansione del lavoro nero e dell’economia informale, creano una vasta area opaca nella quale crescono e si consolidano le grandi organizzazioni criminali. In queste condizioni, ferma restando la lotta delle forze dell’ordine contro di loro, bisognerebbe denunciare e contrastare duramente proprio quella diffusa abitudine a violare le regole e la legalità. ma questo può accadere solo se si disboscano leggi e regolamenti inutili e se si ripristina una percezione chiara del valore intrinseco delle regole.

Le regole sono necessarie ma non sufficienti e diventano velleitarie se non si crea un comportamenti diffuso di moralità e rigore tra gli individui che quelle regole fanno vivere utilizzandole.

* * *

Ci sono colpe del Sud verso se stesso, che sta scontando tutto il nostro paese, ma c’è anche una colpa del Governo del paese: la incapacità di trasformare il Sud.

Una colpa che è l’altra faccia della utilizzazione elettorale del grande bacino demografico che esso rappresenta: un comportamento condiviso dal centrosinistra come dal centrodestra. La questione meridionale tiene banco nei comizi e nei talk show televisivi ma, formato il Governo, quale che sia la sua maggioranza, dagli anni novanta l’agenda diventa la soluzione della questione settentrionale.

La crisi dell’economia greca ci ha dimostrato come il Mezzogiorno italiano sia nelle medesime condizioni: disseto dei conti pubblici e deficit sistematico della bilancia commerciale. Il Sud produce meno di quello che consumo e vive in una condizione di dipendenza dai trasferimenti del Governo. Ma, nella stagione della stabilizzazione dei bilanci pubblici e della recessione europea, al Sud crescono solo la disoccupazione e l’economia illegale, ovviamente.

Questo libro non è un agenda ma solo una provocazione per riattivare la conversazione pubblica, che deve precedere e supportare l’azione collettiva, che, a sua volta, alimenta l’agenda della politica economica e la sua realizzazione: la scommessa contro un futuro incerto ed un presente deprimente.

Il libro propone tre esercizi di politica economica dedicati:alla finanza ed alla globalizzazione, a Napoli ed alla Campania, come chiave di volta di una “Virgola di Ponente” che promuova una integrazione tra Torino e Napoli.

Due ex capitali, che potrebbero essere i poli di un meccanismo di sviluppo simmetrico ed alternativo alla grande migrazione della forza lavoro da Sud a Nord negli anni cinquanta.

Poco Mercato ed un cattivo Stato sono problemi da affrontare con una migliore qualità delle istituzioni, pubbliche e private. Il volume avanza due ipotesi radicali.

Avviare una semplificazione del numero delle Regioni, che nel Sud sono troppe e troppo piccole ciascuna per trovare soluzioni adeguate alla razionalità dei sistemi che devono governare, è la sfida affascinante da tentare.

Agli scettici verso questa ambiziosa ambizione si deve opporre un caso di scuola.

La Banca Centrale Europea è un consorzio delle banche centrali nazionali che ha preso progressivamente corpo e funzioni, impensabili quando si cominciò a parlare di euro, in meno di dieci anni.

Una banca di sviluppo regionale, capace di liberare le regioni dagli impegni connessi alla valutazione ed alla gestione della crescita potrebbe essere un traguardo ambizioso ed innovativo, che lascerebbe alle regioni, magari consorziate tra loro, le funzioni di parlamenti legiferanti e di decentramento amministrativo e fiscale.

Sarebbe molto interessante arrivare al 2020 in questo nuovo assetto istituzionale: con la banca mediterranea di sviluppo che rappresenta il nodo italiano di una rete di relazioni che collegano l’Europa, al medio oriente ed al Nord Africa.

Accelerando, grazie a questo sistema di relazioni internazionali, l’unificazione del Sud intorno ad una rete metropolitana di qualità ed integrando il Sud con il Nord attraverso filiere lunghe e sistemi industriali complessi, e coordinati tra loro, grazie all’intervento attivo di banche ed imprese. Dal “triangolo industriale” al Mezzogiorno continentale.
Insieme il loro prodotto interno lordo vale oltre il 50% di quello del paese.

Massimo Lo Cicero è un economista. Nasce a Napoli nel 1951. Si laurea in Economia e Commercio nel 1973 nella Università Federico II. I suoi interessi sono dedicati alla finanza, alla crescita ed all’economia della conoscenza e della comunicazione. Insegna a Roma, nella Sapienza e nella Università Di Tor Vergata. E’ giornalista e revisore dei conti. Affianca una intensa attività professionale all’insegnamento. Si è occupato molto del Mezzogiorno: nelle università, nelle organizzazioni finanziarie e negli organismi, nazionali e regionali, che hanno gestito politiche economiche dedicate alla crescita dell’economia meridionale. Ha scritto e scrive per Il Mattino, Il Riformista, Il Sole 24 Ore, L’Acropoli, Ideazione Economia Italiana e la Rai.

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